Quanto è profondo il mare? Chi può distinguere il mare da ciò che vi si riflette? O dire dove finisce la pioggia e comincia la malinconia? Sublime, magico, fedele, amaro … dal rumore al silenzio, il mare ci modifica negli assetti, perdona i nostri inverni, sa dove siamo … il mare si stende lontano, immenso e sfumato, come l’immagine della vita … sul volto scintille, sul fondo un matto senza luce. L’esperienza dell’immersione subacquea, nonostante la sua estrema soggettività e le inevitabili derivazioni media-diluite dei significati consumistici che le vengono sempre più spesso attribuiti, ancora assume il volto misterioso, quasi esoterico di un continuo allenarsi ad assaggiare la felicità attraverso l’espressione di un molto desiderato eterno ritorno a memorie fetali, come dire “sono stato felice ovunque abbia potuto osservare l’oceano”.  E’ eco del desiderio epico e ancestrale dei terrestri, la ricerca dell’estasi esistenziale … un bisogno spesso inespresso che poi, in questo caso, implode nelle lacerazioni e nelle plastificazioni del sentiment sociale contemporaneo. In questo amniotico mare passa, quindi, la vita che richiede, nel tempo, umiltà, tecnica, padronanza, contatto, ripetizione, lucidità e passione. Come ritornare agli albori lasciandosi andare alla gioia silente tipica dell’esperienza embrionale … E così, la scelta del subacqueo assume sembianze solo parzialmente coraggiose. Chi si immerge nel blu si trova, inevitabilmente, in una fluttuazione paradossale tra lo stare in immersione e lo stare in riflessione, tra l’essere ed il non essere “al di qua” di una superficie. Nell’esperienza di smarrimento e distacco che si vive nel mentre di una discesa nel blu, di colpo vengono meno tutte le coordinate spaziali, temporali, sociali, relazionali, culturali … teoriche, che normalmente stabilizzano la percezione dell’identità. Questo stato confusionale è il primo momento di quel processo di trasformazione della nostra coscienza in stato di flusso, oltre qualsiasi adattamento liquido, in quasi balia del visibilio concesso dalle profondità del mare. Urge l’esercizio del controllo, una nuova medicina. Immergersi in un ignoto risponde alle premure latenti del mondo che urla contro gli orizzonti, nella speranza di riuscire ancora a non barare con se stessi, di abolire il senso di qualsiasi maschera sott’acqua, se non quella di vetro e silicone, di stare ancora un po’ in ascolto con la mente, il corpo ed i segnali sociali che nascono dalle interazioni simpatiche ed essenziali attivate con i compagni d’abisso. E’ ora. C’è nell’aria la salsedine che richiama l’esperienza a termine dell’immersione. In discesa sempre ci apriremo ad un mondo rinnovato e meraviglioso ed in risalita sempre rinasceremo ritornando alla terra, al pianto dei neonati ed alla storia dei venti.

di Annarita Borrelli